Lettori fissi

domenica 27 marzo 2016

"Darkness" di Connie Furnari





Tutto quello che Victoria riesce a percepire è un’oscurità infinita e opprimente. Con terrore, comprende di trovarsi in una tomba, sottoterra, nuda, senza sapere cosa sia accaduto.
Inizia a urlare, a scalciare terrorizzata. Finché non scopre di possedere una forza sovrumana e di riuscire a rompere il coperchio della bara.
Capisce di essere cambiata. Di essere diventata una creatura della notte. Un vampiro.
Anche il mondo attorno a lei è mutato. I mostri che prima non vedeva, la circondano: demoni dal volto umano che non aveva mai creduto potessero celarsi nell’ombra.
Non ricorda nulla della sua vita mortale, a parte il suo nome. Non sa se ha una famiglia, una casa.
La sete di sangue è incontrollabile e, appena fugge terrorizzata dal cimitero, aggredisce un ragazzo, nutrendosi di lui: inconsapevole che quel giovane sconosciuto, William, tornerà a cercarla, legato oramai a lei, ammaliato dalla sua bellezza eterea e dannata.
Quando alcuni vampiri provano a bere il suo sangue, Victoria intuisce che è diversa da tutti gli altri nosferatu.
La sua morte nasconde un segreto per il quale quasi ogni creatura sovrannaturale della città la cerca, soprattutto una: Sophie. Un’assassina spietata e psicotica che ha solo le sembianze di una dolce bambina dai lunghi boccoli dorati e dall’abito di trine, il demone più sanguinario che abbia mai infestato Londra.


Darkness è un racconto dark fantasy, che evoca l’horror gotico dei vampiri di Bram Stoker.

Victoria è un’eroina tragica, legata ancora alla propria umanità e all’amore per un ragazzo mortale, William, che si ritrova in lotta con la sua nemesi: la sanguinaria Sophie, il demone dal volto angelico che prova a trascinarla con sé all’Inferno, in un crescendo di pathos, nell’eterna battaglia tra Yin e Yang, tra il Bene e il Male, tra la Luce e il Buio.


Stralcio:

L’oscurità. Quando i miei occhi si aprirono, distinsi solo questo. Un buio denso, opprimente. L’aria era stantia e ferma, puzzava di terra madida.
Le mie palpebre si spalancarono e annaspai.
Provai a tastare con le mani, per scoprire dove mi trovavo. La parete era liscia, sopra il mio capo. Legno. Ero sdraiata su un letto di raso: le mie dita scivolarono ansiose su quel tessuto, riconoscendo la stoffa morbida che mi accarezzava.
Il mio capo era poggiato su un cuscino, gli orli di merletto mi pizzicavano il collo.
E finalmente, con un tremito che mi fece sobbalzare, realizzai. Ero chiusa in una bara. Nuda. Il raso del rivestimento interno sosteneva il mio corpo, circondandolo da ogni parte, come un fiume sinuoso e metamorfico.
«Aiuto! Che qualcuno mi aiuti!»
Le mie urla si spersero nel silenzio, inghiottite dalle tenebre.
Cominciai a colpire il coperchio con i pugni, impazzita. Non avevo mai provato tanto terrore, prima di quel momento, almeno per quanto riuscivo a ricordare. La mia mente era una lavagna nera.
Che cosa era accaduto? Chi mi aveva rinchiuso lì dentro?
Picchiai contro le pareti della bara fino a scorticarmi le mani, fino a sentire l’odore del mio stesso sangue, nel buio in cui ero intrappolata.
Un cumulo di terra mi cadde sul volto, fradicio e freddo, e compresi che ero riuscita ad aprire una crepa, nel coperchio. Non mi chiesi come avessi fatto, dove avessi trovato la forza sovrumana di riuscire a spaccare una barriera di legno: ero troppo spaventata e avevo solo il desiderio di uscire da lì prima possibile.
Una cascata di polvere, terriccio e fango mi ricoprì. Annaspai, spingendomi verso l’alto, con disperazione. Attraversai il terreno nel quale mi avevano sepolta, scavando come un animale che cerca di sopravvivere e che brama la luce, e finalmente ritrovai il mondo esterno.
Mi tirai su dalla buca, annaspando sempre più forte e, solo dopo che mi rimisi in piedi, mi guardai attorno.
Ero in un cimitero, le stelle brillavano sulla volta celeste. Le lapidi di pietra, i mausolei di marmo che recavano scritto il nome delle famiglie, si estendevano come un lugubre mare.
Le croci. Non appena osservai la croce più vicina, incastonata in una lapide accanto alla mia tomba, una fitta acuta mi attraversò il capo. Come se un coltello scavasse nella mia tempia.
Dovetti distogliere lo sguardo.
Controllai il mio corpo nudo, del tutto sporco dalla terra e dal sangue. I miei capelli erano impastati di fanghiglia, mi cadevano dietro le spalle in un ammasso appiccicoso. Provai a pulire le palpebre dalla sporcizia, per osservare meglio.
Ero simile a un neonato appena uscito dal grembo della propria madre, che scopre il mondo per la prima volta. Le mie nocche erano ferite, dopo aver scavato impazzita, e mi bruciavano.
La luna era gigantesca. Gialla, luminosa. Non ricordai di aver mai visto una luna simile prima di allora. La sensazione che provavo era difficile da spiegare; come se i miei occhi si fossero aperti di colpo, dopo averli tenuti sigillati per tutta la vita.
Il cielo mi appariva diverso: non più nero, ma di varie tonalità corvine. Il vento mi faceva rabbrividire. Le statue degli angeli non erano più figure ancestrali, ma demoni dal volto deformato, che mi osservavano e ridevano, con i loro ghigni.

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