Lettori fissi

sabato 22 novembre 2014

"Temptation" di Connie Furnari





Book's Soundtrack “Amazing Grace”, Celtic Woman:





Trama

Bellshill 1974, Scozia. Eve ha appena diciotto anni, viso da bambina e una spiccata tendenza alla ribellione, da quando suo padre ha abbandonato la famiglia, lasciandola sola con la madre alcolizzata e una misera borsa di studio per mantenersi fino al diploma.
Frequenta la St. John Academy, un istituto religioso in cui vige ancora la punizione corporale, e a causa del suo carattere impulsivo, si ritrova più di una volta con i segni delle frustate sulla schiena.
Una mattina di pioggia, mentre si reca alle lezioni, Eve conosce Adam. I due si sentono immediatamente attratti l’una dall’altro, finché giunta a scuola, lei non scopre che quel giovane uomo così affascinante è un prete, Padre Mac Gregor, il suo nuovo insegnante.
Proprio come un’autentica Eva tentatrice, la ragazza prova in più di un’occasione a sedurlo, usando tecniche sempre più imprudenti, venendo ogni volta rifiutata, nonostante lui si lasci scappare degli istintivi momenti di passione e tenerezza.
Adam diventa una vera e propria ossessione per Eve.
Questa relazione proibita, alimentata dal fuoco della tentazione, risveglierà parecchi demoni del passato di entrambi, ponendoli davanti a delle scelte drastiche.

Una storia d’amore intensa e drammatica, tra il suono delle cornamuse e il verde smeraldo degli immensi altipiani della Scozia. “Temptation” è un romance dalle accese tinte erotiche che si legge tutto d’un fiato e che trascina in un turbine di emozioni contrastanti, narrato dall’appassionata voce della protagonista.
Dopo aver assaggiato un frutto talmente proibito, è davvero possibile conoscere la differenza tra il bene e il male?


Capitolo 1
L’angelo tentatore
(stralcio iniziale del romanzo)


Mi stiracchiai nel letto, assonnata. Diedi un’occhiata alla camera in disordine e sbadigliai: le lenzuola erano aggrovigliate sul pavimento, i miei piedi scalzi gelati.
Le gocce di pioggia scendevano lungo i vetri della finestra. Non si riusciva a scorgere la strada. Novembre era un mese umido e cupo.
Gli altipiani della Scozia brillavano di verde, il cielo riluceva d’argento: le querce frusciavano a causa dei forti venti, i prati erano invasi dalle felci.
Anche quella notte, il mio sonno era stato tormentato dagli incubi: correvo al buio, in una palude, annaspando, l’acqua melmosa mi arrivava alle ginocchia.
Puntualmente, nel sogno, intravedevo la sagoma di un uomo che, da lontano, osservava senza aiutarmi fino a quando non voltava le spalle e svaniva nella nebbia. Non so se quella figura indistinta fosse mio padre: se ne era andato quando avevo cinque anni e non ero mai riuscita a comprenderne il motivo.
Allungai la mano, verso il comodino. Dal pacchetto di Pall Mall presi una sigaretta e la accesi, rigettando fuori il fumo con nervosismo.
Mi trascinai fuori dal letto e, mentre tenevo la sigaretta fra le labbra, agguantai dalle grucce dell’armadio la divisa scolastica: la gonna a pieghe e il gilet mostravano il tartan della mia scuola, verde e blu, la giacca color smeraldo scuro sfoggiava lo stemma appuntato sul taschino frontale.
Bellshill era un paesino tranquillo, tutti si conoscevano: gli uomini nei pub, le donne al supermercato. A dir la verità, era tutto fin troppo monotono.
Quell’anno, il 1974, avrei terminato il liceo. Dopo il diploma, avevo intenzione di andare a Glasgow per cercare lavoro perché i soldi della borsa di studio, che mi avrebbero consentito di continuare a pagare le rette scolastiche, probabilmente, non sarebbero bastati.
Frequentare il college era fuori discussione. Mio padre, infatti, non mi aveva lasciato altro che la casa: un vecchio cottage rustico a due piani. I muri erano di mattoni grezzi e il tetto di tegole color terracotta. Il secondo piano era stato ricavato dalla mansarda: la camera matrimoniale, la mia stanza e il bagno.
Il primo piano, invece, era costituito da un’unica sala da pranzo, con i fornelli sotto le finestre, un tavolo a quattro posti e un divano davanti al mobile del televisore.
Dopo aver indossato la divisa legai i capelli, color castano caramello come quelli di mia madre, in una coda di cavallo e scesi le scale. Appena entrata in cucina, mi bloccai nauseata.
Karl stava facendo colazione e indossava solo una maglia di cotone e i boxer. Il fatto che si arrogasse il diritto di girare per casa seminudo, solo perché ci viveva da sei mesi e solo perché era il nuovo compagno di mia madre, mi faceva saltare i nervi. Era un maiale. Non mi era mai piaciuto il modo in cui mi scrutava, pensando che non me ne accorgessi.
«Mamma, io vado.» Feci un giro largo, per non sfiorare Karl, e lui non si spostò, osservandomi con un sorriso allusivo mentre beveva il caffè.
Dal divano, percepii un mugolio come risposta.
Mi fiondai su mia madre: era sdraiata sotto il plaid e si teneva il capo. «Mamma, stai bene?» Sul parquet c’era una bottiglia di whiskey. Vuota.
«Cazzo, mamma! Hai bevuto anche ieri sera?»
«Ehi, lasciala in pace. Abbiamo festeggiato il mio nuovo lavoro all’acciaieria» intervenne Karl, seccato.
Lo fulminai. «Ti avevo detto di non farla più bere. Sai come si sente dopo…» Quell’uomo era veramente una bestia senza cervello: molte volte gli avevo raccomandato di tenere mia madre lontana dall’alcool. Il whiskey aveva un forte effetto depressivo su di lei.
Invece sembrava lo facesse apposta, per farla crollare su quel maledetto divano e avere la casa tutta per sé, per gironzolare in mutande mentre si grattava il culo. Non pensavo che avrebbe mantenuto il lavoro all’acciaieria: di solito Karl veniva licenziato ogni due settimane, per il semplice fatto che si azzuffava sempre con i colleghi.
«Chloe, alza le chiappe!» sbraitò lui. «Falle vedere che è tutto ok.»
«Sto bene Eve, vattene a scuola» biascicò lei, riprendendosi un poco.
Dopo che mio padre ci aveva lasciate era entrata in uno stato di apatia totale. C’erano giorni in cui non abbandonava mai quel divano e rimaneva sprofondata sotto il plaid, fissando il televisore con aria assente.
Balzai in piedi, con uno scatto. Avanzai a grandi passi verso la porta e uscii, sbattendola. Odiavo quella casa e odiavo la mia vita.

***

La pioggia continuava a tamburellare, insistente.
Con stizza, aprii l’ombrello. Il giardino che circondava il cottage era trascurato e pieno di erbacce, il muro basso che la recintava deteriorato. Spalancai il cancelletto di ferro battuto e lo lasciai cigolare rumorosamente.
Le nuvole erano cineree: con molta probabilità avrebbe continuato a piovere per l’intera giornata. C’erano giorni in cui il cielo mi appariva smisurato e opprimente, come quella mattina.
E come ogni volta in cui vedevo mia madre in quello stato: aveva preferito convivere con quell’uomo estraneo, un’avventura occasionale, piuttosto che prendere in mano la sua vita. Karl portava a casa qualche sterlina e lei poteva continuare a rimanere in coma sul divano, imbottita di tranquillanti, per evitare di pensare.  
Provai il desiderio di piangere, senza riuscirci. Il dolore aveva lasciato posto solo alla rabbia, da quando avevo cinque anni.
Avevo pianto per giorni e giorni, dopo che mio padre se ne era andato, poi avevo capito che non sarebbe cambiato nulla: lui non sarebbe mai più ritornato.
Da allora evitavo di lasciarmi andare, nei momenti di sconforto. Presi dalla tasca laterale dello zaino il pacchetto di sigarette e l’accendino. Tirai la prima boccata di fumo, stringendo le labbra nervosa, mentre camminavo spedita.
Bellshill sembrava un paesino da fiaba, perennemente addormentato, offuscato da una nebbia lieve e candida. Ogni abitazione era uguale all’altra, a parte le facciate pitturate con colori diversi: i tetti di tegole, le finestre con i vasi colmi di fiori sul davanzale, i camini che fumavano.
Le vie erano molto pulite, strette, si intersecavano come una fitta ragnatela.
C’erano poche persone alla fermata del bus. Due donne anziane che chiacchieravano sottovoce, tre studenti, un uomo di mezza età. Persone che conoscevo, del mio quartiere.
Con un colpo d’occhio, intravidi qualcosa di diverso, da tutte le altre mattine: un giovane uomo che non avevo mai visto. Provava a ripararsi sotto uno degli alberelli che decoravano il marciapiede, recintati per evitare che i cani facessero lì i loro bisogni.
Impacciato, teneva la valigetta dietro le gambe, per non farla sporcare.
Quando incrociammo lo sguardo, sorrise.
«Va tutto bene?» domandò cordiale.
Ovviamente la mia faccia infuriata non lasciava dubbi.
«Sì.» Feci cadere la cenere della sigaretta con un colpetto. «Perché me lo chiede?» Il mio orgoglio ebbe la meglio: odiavo più di qualsiasi cosa che si provasse compassione per me.
Alzò le spalle dispiaciuto e si strinse nel cappotto grigio che gli arrivava alle ginocchia, lasciando intravedere dei pantaloni neri. «Mi scusi, non volevo essere invadente. Ho solo avuto l’impressione che lei stesse piangendo.»
Scossi il capo, sdegnata. «Ha pensato male. Io non piango mai.»
«Deve fare molto male… non piangere mai» fu l’inaspettato commento.
Stizzita, ma allo stesso tempo incuriosita, mi avvicinai. Era la prima volta che udivo una frase del genere venir fuori dalla bocca di un uomo.
 Quando lo osservai da vicino, notai che era molto più giovane di quanto mi fosse sembrato da lontano. Dimostrava non più di venticinque anni, doveva essere uno studente di college. I capelli ricciuti e neri, un po’ lunghi, gli cadevano sulla fronte e dietro il collo, bagnati dalla pioggia. Gli occhi erano chiari, color verde muschio.
Continuava a cercare rifugio sotto l’albero.
«Vuole ripararsi qui?» Alzai il braccio con il quale impugnavo l’ombrello. Non sapevo perché lo avessi detto: a dir la verità, c’era qualcosa di particolare in lui. Mi aveva ispirato un senso di protezione fin da quando avevamo cominciato a parlare.
Mi osservò, indeciso. Notando che era alquanto imbarazzato, avanzai reggendo l’ombrello sopra entrambi.
«Grazie, è molto gentile.» Era palesemente intimidito.
Venni avvolta dal suo profumo. Un lieve sentore di colonia e di sapone, misto a quello più acre della pioggia. L’insieme era un alito sensuale e umido, che permeava dai suoi abiti.
«Ma non ha la macchina?» domandai.
«La mia solita fortuna… Proprio ieri, la batteria ha deciso di mollarmi, così adesso l’auto è dal meccanico.» Non aggiunse altro. Rimase a fissare le automobili che passavano per la strada, senza prestarmi attenzione.
«Non è uno di molte parole, vero?» azzardai. Lui fece un passo indietro e mi balenò in mente la possibilità che fosse gay.
«Deve scusarmi. Non sono abituato alla compagnia femminile.»
Compresi che avevo preso un abbaglio: non era affatto omosessuale, lo capivo da come mi stava osservando. Avevo avuto alcuni amici gay e nessuno di loro guardava le tette di una donna in quel modo: con ossessionante desiderio e senso di colpa.
 «Perché, è appena uscito di prigione?» ironizzai.
Le labbra carnose del giovane si piegarono in un mezzo sorriso. Era bello da morire. «Sì, qualcosa di simile» annuì.
Il bus sbucò dall’incrocio. Non appena intravidi le persone in piedi, schiacciate contro i finestrini, sospirai. Era stato inutile svegliarmi mezz’ora prima. «Maledizione, è già pieno anche a quest’ora. Di solito, nel bus delle sette, si trova sempre un posto a sedere.»
«Vuole dire che vi tocca viaggiare in queste condizioni?» si sorprese.
«Anche peggio. A quanto ho capito non è di qui. Da dove viene?»
«Londra.»
Dondolai il capo. «Ah, ecco. Sicuramente lì ci sono molti più mezzi pubblici! Non escludo di andarci, finita la scuola.»
«Non le piace Bellshill?»
«Per carità. Preferirei vivere all’Inferno piuttosto che continuare ad arrancare in questo buco di provincia, senza prospettive.»


Non disse più nulla, ma il suo viso mutò impercettibilmente. Distolse lo sguardo e mi diede la precedenza. Salimmo sull’autobus, spinti dalla coda di persone della fermata.

(continua)






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