Lettori fissi

domenica 13 luglio 2014

Presentazione: "Sopravvissuti" di Susan Moretto (Editore Diversa Sinfonia)



SOPRAVVISSUTI: Senza causa apparente scoppia la fine del mondo: la maggior parte della popolazione impazzisce in un vortice di violenza, lasciando l’intera St. Louis nel panico. Decisa a salvare sua figlia Paris e il marito Mac, Barbie, ex modella di biancheria intima, riesce a trovare solo la piccola, con cui fugge. Senza comunicazioni né aiuti dalle forze dell’ordine, Barbie si rifugia in una riserva naturale assieme a un gruppo di soldati e sopravvissuti. Dopo pochi mesi, esasperata per la fame patita dai superstiti, convince il generale a capo della comunità e Blake, suo affascinante sottoposto, a uscire in missione per razziare magazzini e supermercati. Ma nel farlo scoprirà la verità dietro la pazzia dilagata in quel tragico giorno di dicembre...
Editore: DIVERSA SINTONIA (15 maggio 2014)
Insomma, è su tutti gli store online. Inoltre è in offerta a 0,99 €, anche se non so fino a quando.
Ti lascio anche il link della pagina FB, se ti dovessero servire foto o qualsiasi altra cosa. https://www.facebook.com/pages/Sopravvissuti-di-Susan-Moretto/650592764976942

PRIMO CAPITOLO:
Il mondo era finito.
Ancora non ci credevo, eppure era proprio così.
Negli ultimi due anni prima della fine, almeno un giorno e uno no, al telegiornale ci avevano propinato un qualche servizio riguardante il 21 dicembre 2012 e le presunte disgrazie che si sarebbero abbattute sull'intero pianeta.
Una bella rottura di palle.
Non che io ascoltassi quelle notizie, o i telegiornali in generale. Neppure leggevo i giornali. Mi rifiutavo categoricamente. Se avessi iniziato ad assorbire un minimo di cultura la mia immagine pubblica sarebbe colata a picco.
Non ero solo io ad affermarlo, ma ogni persona che mi conoscesse, a partire da mio padre.
Dio ti ha donato la bellezza. Non rovinarla usando il cervello.
Papà me lo ripeteva in continuazione, specie quando da piccina mi trovava a leggere un libro, o magari mentre adocchiavo una calcolatrice.
Il mondo venera le persone belle e dà loro tutto ciò che vogliono. Gli intelligenti devono lavorare sodo per ottenere dei risultati e spesso se li vedono soffiare da sotto il naso sul più bello” mi ricordava ogni giorno.Tu preferisci essere venerata o dover lavorare?
La risposta a quella domanda la sapevo a memoria. Dovevo sgranare gli occhioni e cinguettare: “Essere venerata, papi!”, anche se non avevo la più pallida idea di ciò che significasse quella parola.
Al che lui mi baciava il capo e tornava a guardare il football.
Mi era sempre stato chiaro il motivo per cui mamma aveva divorziato.
Mio padre non era fissato con l’aspetto esteriore. Non era uno di quei genitori psicopatici che portavano le loro figlie ancora bambine o addirittura neonate a concorsi di bellezza e sfilate, vestendole e truccandole come baldracche di quarant'anni. Non trascorreva il tempo scarrozzandomi da un provino all'altro, fermandosi solo per una sosta dall'estetista o dalla sarta, imbottendomi di caffeina per farmi restare sveglia dopo ore di prove.
Mio padre era semplicemente pigro.
Se avesse potuto conquistare una qualsiasi cosa senza muovere un dito l'avrebbe fatto. Ai suoi occhi essere belli significava possedere un lasciapassare per ottenere tutto senza fatica e me l'aveva insegnato fin troppo bene. Fin dalle elementari ero diventata un'esperta nella raffinata arte del non fare nulla e rimanere la beniamina dei professori. Non consegnavo i compiti, non aprivo bocca durante le interrogazioni e costringevo i docenti a sprecare dozzine di penne rosse quando mi degnavo di fare un compito in classe. Eppure non venni mai bocciata, e per di più secondo ogni professore ero una buona studentessa.
E questo anche prima di compiere tredici anni e sbocciare.
Dopo...
Beh, dopo la scuola divenne una passeggiata, almeno nelle materie in cui era un uomo a sedersi dietro la cattedra.
Non bisogna fraintendere: io non facevo la gatta morta. Non occhieggiavo i docenti con sguardi lascivia meno che non fossero giovani e sexy -, non sporgevo il busto per mettere in mostra le tette, e non accavallavo e scavallavo le gambe trenta volte al minuto indossando minigonne inguinali. Semplicemente erosonobellissima, e tutti me la davano vinta.
D'altronde mi chiamo Barbara Connor, detta Barbie. Sono una bionda alta quasi un metro e ottanta, con profondi occhioni azzurri e labbra alla Angelina Jolie, che grazie ad un corpo slanciato e sodo si è potuta godere il dorato mondo delle modelle di biancheria intima dalla tenera età di sedici anni.
E naturalmente ho più tette che cervello.
Ero predestinata a quel genere di vita.
Non che a me la cosa interessasse più di tanto: non mi sforzavo di piacere a qualcuno se non avevo un tornaconto. Naturalmente detta così sembra che la mia vita sia stata perfetta solo quando mi relazionavo agli uomini. Per esperienza personale sapevo quanto per una donna sia istintivo odiare un'altra rappresentante del suo sesso più bella di lei. Ed io ero più bella di tutte.
Invece no!
Non mi limitavo a possedere un corpo da sballo: ero anche simpatica e divertente.
In realtà il corpo da sballo ce l'ho ancora, anche se è un po' cambiato negli ultimi anni. Forse sono meno cordiale, meno spiritosa, ma non è del tutto colpa mia. Il mondo ora fa abbastanza schifo, ed esibirsi in una battuta di spirito ben riuscita non è mica facile. Anche se non ci ho rinunciato.
Quindi grazie a bellezza e simpatia, per non parlare delle battute pronte e delle tette grandi, ero solita farmi adorare da tutti. Non che mancassero gli stronzi che mi odiavano, ma ero diventata piuttosto brava nell'ignorarli con aria sprezzante e così facendo renderli effettivamente una nullità agli occhi di tutti gli altri.
La mia vita era bella e molto semplice, e mai avrei creduto che sarebbe andata in frantumi nel giro di pochi secondi.
Naturalmente ora le cose sono un tantino diverse.
In questo preciso istante sono seduta sul prato di un cimitero, a guardare delle lapidi fatte in casa e tenute su con lo sputo, disseminate a indicare quanti di noi sono periti in così poco tempo. E non sto parlando dei poverini morti subito dopo la fine del mondo. Io intendo quelle persone che nonostante tutto erano sopravvissute a quel casino solo per poi crepare in un accampamento a miglia di distanza da casa, denutriti e senza l'affetto dei loro cari. E magari con un fucile in mano.
Ma questo è un mondo diverso da quello in cui sono nata. Magari visto dallo spazio non si nota la differenza, ma credetemi: c'è.
Un po' come Venere e Marte.
Se si apre un atlante o si va su internetin via ipotetica dato che ora il World Wide Web è fottutoe si un'occhiata alle foto dei due pianeti si potrebbe presumere che siano uguali, ma ci si sbaglierebbe. Pur trovandosi così vicini alla Terra ed essendo esteriormente quasi uguali non si assomigliano per nulla. Non che lo sappia per esperienza personale, ma ricordo qualcosina di quello che mi ha raccontato Blake.
Dunque, se non sbaglio Venere è calda, e per calda intendo attorno ai 450° centigradi, mentre Marte mantiene temperature per lo più sottozero.
Marte ha due satelliti, mentre Venere nessuno.
La durata del giorno su Marte è simile a quella terrestre, quindi più o meno ventiquattr'ore. Per quanto riguarda Venere si parla di qualcosa come duecento e più giorni terrestri. Nel tempo che Venere impiega a compiere un giro su se stesso, sulla Terra sono trascorsi più di otto mesi.
Probabilmente ci sono altre differenze tra i due pianeti, ma diciamocelo: non stavo molto attenta alle lezioni di scienze a scuola. Invece quando Blake mi aveva parlato del sistema solare guardando le stelle distesi nella canoa che ondeggiava dolcemente lo avevo ascoltato con attenzione, anche se con tutti gli avvenimenti accaduti nei due anni successivi all'apocalisse ho dimenticato parte di quelle nozioni. Il mio cervello non è grandissimo e se mi ricordo ogni minimo dettaglio di tutto quello che ascolto tempo due giorni e mi esplode il cranio.
Comunque non è questo il punto.
Ciò che è davvero importante è che il mondo è cambiato profondamente, e con lui le persone, eppure nessuno di noi si sarebbe aspettato nulla del genere.
Beh, qualcuno c'era.
Mio marito li chiamava i matti apocalittici, e nella categoria rientravano tutti coloro che avessero installato in casa un rifugio antiatomico, chi si strappava a forza le otturazioni dei denti convinto che fossero dispositivi di controllo del governo, i teorici della cospirazione sulla morte di Kennedy, e chiunque girasse con un copricapo di carta stagnola per impedire agli alieni di leggere i propri pensieri.
Se solo Mac avesse saputo che non si sbagliavano poi così tanto...
Io comunque vivevo la mia vita convinta che mai nulla sarebbe cambiato. Avrei sempre avuto venticinque anni, le mie tette non avrebbero mai ceduto alla forza di gravità, e tutto sarebbe continuato uguale giorno dopo giorno.
Se fossi stata più intelligente magari avrei potuto mettere in conto la possibilità di un incidente automobilistico, o un incendio. Forse un tracollo finanziario o una banalissima malattia. Qualcosa insomma che avrebbe potuto mutare radicalmente la mia vita.
Ma mai, neppure se fossi stata Einstein, avrei potuto immaginare quello che sarebbe successo.
21 dicembre 2012.
Il giorno in cui il mondo finì.

Quella mattina mi svegliai di buon umore.
Era l'ultimo giorno di lavoro per me e mio marito e l'ultimo di scuola per nostra figlia. Quella sera avremmo presenziato all'annuale recita di Natale, spellandoci le mani a furia di applaudire la nostra Paris, e l'indomani mattina saremmo sfrecciati assieme a mia madre e a suo marito ad Aspen, dove ci saremmo goduti due lunghe settimane di sciate, shopping selvaggio e visite ai locali più cool. La vacanza ci era stata gentilmente offerta dal mio patrigno Maxwell, il quale secondo i miei piani avrebbe generosamente finanziato ogni mia spesa. E l'avrebbe fatto, poco ma sicuro!
Nonostante la prospettiva di una vacanza imminente completamente spesata il mio buon umore evaporò non appena mi vidi riflessa allo specchio.
Avevo indossato un abito di Valentino che avevo acquistato non più di un mese prima pagandolo con la carta di credito di Maxwell. Era un vestito parecchio attillato ma non eccessivamente scollato, di un color prugna che stava male a tutte le donne, eccetto la sottoscritta, e che si abbinava divinamente con un paio di Manolo Blahnik taroccate che mi ero procurata su internet. Se solo avessi potuto permettermene di vere...
Fatto sta che fissavo la mia immagine allo specchio con aria critica quando entrò mio marito.
Mac!” lo bloccai all'istante. “Questo vestito mi ingrassa?
Come dici?chiese lui sovrappensiero infilandosi i jeans sopra i boxer con cui aveva dormito.
Il vestito” spiegai continuando a rimirarmi.Mi fa il culo grosso?
Mac smise di vestirsi e mi raggiunse davanti allo specchio senza maglietta e con i jeans slacciati.
Fammi controllare” mi rispose serio posandomi le mani sulle spalle. Mi fece girare lentamente su me stessa, limitandosi a guardare la mia immagine riflessa allo specchio con espressione mortalmente seria, quasi avesse tra le mani una bomba pronta ad esplodere.
In effetti era proprio così.
Mi passò con cura le mani sui fianchi, accarezzando la stoffa pregiata, poi le spostò sulla pancia, le cosce e per ultimo il sedere. Mi voltò nuovamente, in modo da guardare il riflesso del mio culo, e poi mi girò per portarsi alle mie spalle.
Svolse tutta l'operazione con la stessa concentrazione di un chirurgo che effettua un trapianto di cuore, e non lo stava facendo per prendermi in giro. Per lui il fatto che mi paresse di avere il sedere grosso era davvero una faccenda degna della massima attenzione e lo sguardo che mi rivolse per tutto il tempo sarebbe stato perfetto sul volto di Alejandro, il mio parrucchiere gay nonché migliore amico dall'età di cinque anni. Solo che Mac era tutto fuorché omosessuale. Prestava attenzione a dettagli come il tessuto di un abito o la fattura delle cuciture a causa del suo precedente lavoro. Anche se a ventitré anni aveva scelto di dedicarsi al mestiere di elettricista specializzato in domoticanon si sa per quale assurdo motivo, anche se sospettavo fosse per avere una qualche stabilità economica -, fin dai suoi diciassette anni era stato un modello di biancheria intima come me, e proprio così l'avevo conosciuto.
Quindi mi fidai del suo giudizio sul mio sedere quando mi disse compito:Il tuo culo non è ingrassato. E questo vestito non lo fa sembrare più grandemi passò le braccia attorno alla vita guardando le nostre immagini allo specchio e continuò con un sorrisino mentre nei suoi occhi si accendeva una scintilla che ben conoscevo.Ma naturalmente se vuoi che faccia un'analisi più approfondita, con test e valutazioni scientifiche, mi presterò volentieri” si chinò a baciarmi una spalla mentre le sue mani scivolavano dalla mia vita fino a posarsi sulle chiappe, che strizzò appena.Farò tutto il possibile per rassicurare te e il tuo povero sederino. Sarò veloce, lo prometto...
Scoppiai a ridere guardandolo mentre si dava da fare con la cerniera del mio vestito.
Eravamo la coppia perfetta: io Barbie e lui un Ken abbronzato con capelli biondo dorati e occhi verdi, così incredibili da calamitare la mia attenzione nonostante i suoi addominali in bella mostra.
Mi girai fra le sue braccia per baciarlo cercando di liberarmi contemporaneamente del vestito quando uno strillo ci interruppe.
Mamma!” a passo di marcia mia figlia entrò in camera e si lasciò cadere sul letto matrimoniale con uno sbuffo teatrale. “Non ho fame! Non voglio fare colazione!
Io e Mac ci guardammo vogliosi per un istante, poi lui sospirò e mi richiuse il vestito prima di indossare maglietta e felpa ed uscire dalla stanza borbottando. Io mi sedetti sul letto accanto a Paris maledicendo la fraseAl diavolo il preservativo!che avevo pronunciato poco più di otto anni prima.
Principessa, devi mangiare.”
Ma tu non mangi mai!” protestò lei e io risposi con una smorfia. Ok, avevo qualche piccolo problema con il cibo che mi portavo dietro dall’adolescenza, ma cercavo di arginare il problema.
Io mangio!
Paris inarcò un sopracciglio calando il suo asso. “Allora facciamo colazione assieme, mammina. Ci sono i cereali.
Cereali?
Carboidrati?
No, grazie.
Principessa, io faccio colazione al lavoro, lo sai.
Bene, allora io farò colazione a scuola!” ribatté piccata.
Mi alzai dal letto e la accompagnai in cucina. “Tesoro, dubito che gli insegnanti sarebbero entusiasti della tua idea.
La feci sedere sullo sgabello che occupava ogni mattina e le piazzai davanti al naso una tazza di cereali in cui versai del latte, e ripetei l'operazione per mio marito, che le sedeva accanto.
Niente uova?” chiese sconsolato.Niente pancetta?
Niente di niente. Ieri ho fatto la spesa e non ho comprato nulla che potesse andare a male mentre siamo ad Aspen.
Poggiai davanti ad entrambi un bicchiere di succo d'arancia e mi recai in bagno per truccarmi e sistemarmi i capelli. Quando ne uscii più di mezz'ora dopo scoprii che mia figlia di neanche otto anni intendeva presentarsi a scuola con una maglietta che le lasciava l'ombelico scopertoa dicembre! -, e che tale maglietta era stata rubata dal mio armadio.
Mentre costringevo con la forza mia figlia a ridarmi la maglia incriminata sentii Mac che saliva le scale di corsa. Si affacciò alla porta della camera di Paris e ci salutò. “Ci vediamo stasera, signorine!
Scoccò un bacio a Paris e le promise di portarle un bel mazzo di fiori per festeggiare la sua grande performance. Lei gli rispose che avrebbe preferito un cellulare nuovo e si eclissò in bagno, probabilmente per truccarsi, giusto per essere sicura che io perdessi la pazienza ancora una volta. Salutai mio marito con un bacio e gli ricordai di tornare a casa presto, in modo da potersi cambiare d'abito per andare allo spettacolo della scuola.
Ricordati che sei un ex modello” sghignazzai. “Come tale pretendo che tu faccia morire d'invidia tutte le mamme presenti.
Lui mi abbracciò con trasporto e mi assicurò:Non ti preoccupare, bellezza: so come vestirmi in modo da essere provocante” la porta del bagno alle nostre spalle si aprì e lui mi sussurrò piano in un orecchio in modo da non farsi sentire da Paris:So anche come spogliarmi...
Uscì di casa ridendo, mentre io al piano di sopra toglievo il lucidalabbra dalla bocca di nostra figlia.

Accompagnai Paris alla scuola elementare e vi arrivammo in ritardo, cosicché mia figlia fu costretta ad esibirsi in un'entrata da diva ritardataria. Non che la cosa la infastidisse, tutt'altro. Mi assomigliava in maniera impressionante, sia fisicamente sia negli atteggiamenti, e l’unico aspetto ereditato dal padre erano gli occhi verdi come il mare dei Caraibi.
La controllai mentre entrava correndo lungo il vialetto d'ingresso della scuola e appena si chiuse la porta alle spalle sfrecciai sulla mia station wagon verso il centro di St. Louis. Fortunatamente il grattacielo in cui lavoravo era leggermente periferico, piuttosto distante dalla zona più caotica del centro cittadino, così potevo evitare la metro e usare la mia vettura. Inoltre nel parcheggio sotterraneo privato dei dirigenti avevo un posto riservato per la mia scassatissima auto, nonostante fossi solo una segretaria.
Quel lavoro l'avevo ottenuto circa due anni prima e per la prima volta nella mia vita non era stato per il mio aspetto: me l'ero guadagnato grazie a Maxwell. Il mio patrigno era da poco diventato il marito di mia madre Lucy ed era convinto che offrendomi un lavoro nella sua azienda l'avrei accettato più facilmente in famiglia.
Francamente non me ne poteva fregare di meno di chi si portava a letto mia madre, ma dovevo ammettere che Maxwell era una persona a modo, molto gentile ed educata, e l'avrei apprezzato come patrigno con o senza l'offerta di lavoro.
D'altro canto se lui era convinto di dovermi comprare con abiti firmati e lavori ben retribuiti, per nulla gravosi e che in definitiva non mi meritavo, chi ero io per dissuaderlo?
Mi godevo quello che ricevevo senza sforzo, e me lo godevo alla grande.
Varcai la soglia della Olson Instruments Incorporated in ritardo di un quarto d'oraun'inezia!e mi esibii nella stessa entrata trionfale di mia figlia. A passo di marcia uscii dall'ascensore all'ultimo piano e passando davanti alla scrivania dell'assistente di Maxwell le lanciai il mio cappotto di cashmere antracite in faccia cinguettando:Milly, cara, potresti ripormelo tu? Grazie!
Un'imitazione perfetta di Meryl Streep ne Il Diavolo Veste Prada, se escludiamo il mio tono gentile.
Mi sedetti alla mia scrivania davanti all’ufficio di Maxwell Olson, e ignorando telefono che squillava imperterrito frugai nella mia borsa da grande magazzino che viste le festività imminenti sarebbe stata sostituita da una Armani, e ne tirai fuori l'ultimo numero di Vogue, che lessi fino a mezzogiorno. A quel punto decisi che era giunto il momento di onorare le parole pronunciate alla mia figlioletta riguardo la colazione, così infilai la testa nell'ufficio del mio patrigno trillando:Vado in pausa, paparino!”, ed uscii senza ascoltare la sua risposta. Non ero solita chiamare Maxwell paparino, ma Natale si stava avvicinando ed io avevo adocchiato un paio di Louboutine Pigalle color limone, ed avevo tutta l'intenzione di farmele regalare.
Uscita dall'ufficio mi concessi una tazza di caffè nero nel bar dall'altro lato della strada. Non era il massimo come colazione, e ad essere onesti era ora di pranzo, ma in questo modo rispettavo ciò che avevo detto a Paris riguardo la colazione ed in più mi risparmiavo il pranzo. Evitavo di farglielo sapere sennò avrebbe seguito il mio esempio tutt'altro che istruttivo, ma non potevo fare a meno di contare ogni singola caloria ingurgitata. Ed in ogni caso mi ritrovavo comunque una quarta di reggiseno, quindi non ero proprio uno scheletro.
Diedi uno sguardo distratto alle poche vetrine della zona, borbottando malinconica:Chanel. Ho un disperato bisogno di Chanel.
Quanto mi mancavano Parigi e Roma, e pure New York!
E Londra! Cara, vecchia Londra!
Stupida St. Louis.

Poco più di un'ora dopo rientrai in ufficio e finalmente iniziai a rispondere al telefono mentre aggiornavo la mia pagina Facebook. Una noia mortale mi assalì, ma per fortuna Cassie, la segretaria del vice di Maxwell, venne a tenermi compagnia, mentre probabilmente alla sua postazione il telefono bruciava per autocombustione.
Si sedette su un angolo della mia scrivania mentre ci aggiornavamo sugli ultimi gossip dell'ufficio e ne approfittai per valutare la sua mise: camicetta Donna Karan giallo tuorlo della stagione precedente e pantaloni da saldi dei grandi magazzini color perla. Sorrisi soddisfatta fra me anche senza paragonare la mia figura slanciata e accessoriata con la sua altezza da puffo deforme, anche se accompagnata da un bel sedere. Milly, l'assistente di Maxwell, ci passò davanti un paio di volte lanciandoci delle occhiatacce, ma la ignorammo: era più intelligente di noi due messe assieme, e lo sapevo grazie alla laurea in economia ottenuta con lode ad Harvard, inoltre era un'instancabile lavoratrice, una stakanovista estremamente abile, una vera risorsa per l'azienda, eppure ai miei occhi era solo un'altra di quelle persone intelligenti che secondo mio padre si potevano prendere a calci in culo. Magari io non l'avrei fatto, ma non l'avrei neppure invitata ai nostri convegni di pettegolezzi, e men che meno avrei ascoltato le sue tirate sul sacrosanto dovere di svolgere appieno il proprio lavoro.
Mentre Milly ripassava per la quinta o sesta volta davanti alla mia scrivania, stavolta massaggiandosi piano le tempie con una smorfia sul volto, ed io e Cassie discutevamo sulle possibilità di quest'ultima di portarsi a letto il capo della securityun uomo per nulla ricco ma decisamente belloccio e con un fisico per cui uccidere -, Maxwell uscì dal suo ufficio con un sorrisino esitante.
Barbie?”, mi apostrofò mentre con uno strilletto Cassie lo salutava rispettosa e correva alla sua postazione. “So che non fa parte delle tue mansioni, ma ho dimenticato il cerca-persone nell'auto”, si fece piccolo nonostante gli oltre cento chili di peso e arrossendo persino sulla pelata balbettò la sua richiesta:Mi chiedevo se non potessi andare tu a prenderlo. Lo chiederei a Milly, ma sta aspettando una telefonata importante per me, e così speravo...
Lasciò scemare la frase ed io evitai di fargli presente che anche io ero capace di passargli una telefonataanche se non lo facevo. Ricordai invece che le Pigalle costavano più di quanto potessi permettermi senza vendere un rene. Valutai brevemente le mie alternative. “Ma certo, paparino!
Allungai una mano e lui vi depositò la chiave della sua Porsche Cayenne Turbo. Con un brivido calcolatore riportai alla mente le parole di mia madre su quell'auto:Enorme e troppo appariscente. Per nulla elegante e raffinata”, mamma voleva che Maxwell la vendesse e puntasse su un modello più sobrio, magari una Mercedes o meglio ancora una Jaguar. Se giocavo bene le mie carte magari riuscivo a farmela dare con la promessa di versare a Maxwell ogni mese una cifra consona. D'altronde la mia station wagon era antidiluviana: mica potevo portare in giro mia figlia su quel catorcio! E se avessi avuto un incidente? Certo, avrei potuto usare il pick-up quasi nuovo di Mac, ma lui ne aveva bisogno per il lavoro e non mi andava di chiederglielo.
E poi vogliamo mettere la faccia delle persone quando avrebbero visto me, Mac e Paris scendere dal Cayenne? Se solo avessi avuto i capelli scuri e cinque o sei bambini multirazziali adottati ci avrebbero scambiato per la famiglia Pitt.
Ero persa in queste considerazioni ancora seduta alla mia scrivania intanto che Maxwell parlava con una Milly a disagio, che si stava ancora massaggiando le tempie, quando tutto finì.
O iniziò.
Questione di punti di vista.

ESTRATTI:
1.
Io... io... non posso” presi un respiro asciugandomi le lacrime: ero un'adulta e dovevo comportarmi come tale. “Io sono sposata. Non posso... non posso stare con te, ecco.”
Blake sembrò in imbarazzo. “Barbie, Mac è...”
Lo so! Lo so! Ma è così difficile... Paris continua a chiedermi quando arriva il suo papà, ed io continuo a mentirle. So che dovrei continuare la mia vita, è giusto, e tu sei un brav'uomo, bello e gentile. Ma se rimpiazzo Mac... se lo rimpiazzo lui muore, capisci? Se vado avanti e mi innamoro di un altro lui è davvero morto!”
Blake rimase zitto, ed in quel silenzio mi resi conti di aver parlato di amore, non di una scopata. E Blake non mi aveva corretta.
Capii che ormai era fatta. Avevo affondato l'ultimo chiodo nel coperchio della bara di mio marito, e presto o tardi l'avrebbero calata nella fossa. Potevo oppormi, potevo rimandare, ma sarebbe successo.
Che mi piacesse o meno.

2.
“Denton ha la faccia strana” commentò Alex pensieroso.
Squadrai l'uomo intento a pescare e confermai ciò che aveva detto il parrucchiere: “Hai ragione, è strana” studiai il suo volto ancora un attimo e aggiunsi: “È la sua pelle. Ha qualcosa che non va.”
“Sembra incartapecorita” si intromise Blake con quel suo tono sicuro da enciclopedia ambulante.
“Incarta-che?” sbottammo all'unisono io e Alex confusi.
Blake ci guardò con un misto di incredulità e rassegnazione. “Incartapecorito. Tipo Tutankhamon.”
“Chi?” domandò Alex.
“È un giocatore di baseball famoso?” rincarai la dose io.
“Non avete mai sentito parlare di Tutankhamon?” ci chiese Blake scuotendo la testa. “Ma cosa facevate a scuola voi due?”
“Io stavo nei bagni con i ragazzi della squadra di football” sentenziai senza alcun pudore.
“Anche io” ammise Alex tranquillo.
“Ma davvero?” saltai su con espressione fintamente offesa. “Insomma, quelli che prima correvano dietro a me poi venivano da te? Cavolo!”
“Triste, ma vero, amica mia. Triste, ma vero” mi disse Alex battendomi il palmo della mano sulla spalla per consolarmi. “Comunque Blake, che diamine è un Tutan-coso? E perché è incartato?”
Blake ci guardò con la bocca semi-aperta. Prima fissò me, poi Alex. Poi scosse la testa alzandosi e borbottando: “Voi due mi sfinite.”
Aspettammo che si fosse allontanato prima di soffocarci di risatine.
“Secondo te ci è cascato?” domandò Alex.
“Sì!” risposi trionfante. “Ha abboccato, amo, esca e piombino!” poi fu il mio turno di scuotere il capo mestamente. “Ma come poteva pensare che non sapessimo chi era Tutankhamon o cosa significhi incartapecorito? Mica siamo completamente idioti!”
“Quanto hai ragione” mi confermò il mio amico annuendo serio. Poi mi si avvicinò e a bassa voce domandò: “Era un conquistatore dell'antica Grecia, giusto?”
“Sì” gli confermai rispolverando vecchie nozioni di storia. “Lo avevano soprannominato Magno perché era arrivato fino in Cina, mi pare. O era in Russia?” ci pensai un po' su. “Cina. Decisamente Cina. Ci aveva pure scritto un libro!”

3.
St. James sbuffò esasperato. “Va bene, signora Connor: qual è la sua richiesta?”
Shopping.”
Shopping?” chiese sconcertato.
Vestiti.”
Vestiti?”
La pianta di ripetere tutto quello che dico?” esclamai.
Il generale non sorrise. “Bene, che ne dice di questo: ma è fuori di testa?”
Certo che sì!” strillai.
Questo si era capito.”
Sospirai e lanciai un'occhiata a Blake: pareva stranamente preso da una cartina geografica dello stato del Mississipi da cui non alzava lo sguardo.
Generale, lei sa chi è Ralph?”
Lui ci pensò su ed annuì. “Il ragazzino che vive con lei. Quello che sta sempre appiccicato a sua figlia.”
Esatto” confermai. “L'ho salvato dalla scuola di Paris. È un orfano, conosceva a malapena la sua famiglia affidataria e non voleva cercarli. Miss Blanche l'ha praticamente adottato.”
Encomiabile, ma non capisco dove vuole andare a parare.”
Nella fuga siamo passati a casa mia, per cercare...” lanciai un'altra occhiata a Blake, cosa che non sfuggì al generale. “...mio marito, e abbiamo recuperato vestiti, cibo e medicine. Tutto ciò che abbiamo trovato. Purtroppo non abitavo in un negozio di abbigliamento, anche se mi sarebbe piaciuto, quindi miss Blanche, Ralph e successivamente Alex dovettero adattarsi a quello che avevo in casa.”
St. James annuì di nuovo. “Certo, tutti noi abbiamo dovuto farlo.”
Il problema è che ora Ralph indossa le mutande delle Principesse Disney di mia figlia!”

4.
Mi scrollai di dosso Blake e buttai a terra le lenzuola scendendo dal letto. Gli lanciai un'occhiataccia e chiesi: “Come mi dovrei vestire per questo allenamento?”
E chi se ne frega?” fece spallucce. “Mica è importante.”
Sei serio?” dissi. “Sono una donna: è molto importante come mi vesto.”
Puoi metterti una tuta...” rispose titubante.
Che schifo” decretai aprendo il mio armadio. “Non mi metto una tuta neppure per pulire casa!” scavai fra i miei vestiti commentando: “Uffa, non ho nulla da indossare! Dovrei andare a fare shopping. Pensa, tutti quei bei vestiti incustoditi. Borse, scarpe, accessori...” sospirai estasiata. “Il paradiso!”
Blake non infranse il mio sogno ad occhi aperti in cui convincevo St. James ad affidarmi una scorta armata per fare shopping, e gliene fui grata. Una donna ha bisogno di sperare! Recuperai dal fondo dell'armadio un paio di shorts ed una maglia e mi spogliai, sentendo un gran rumore alle mie spalle: Blake per voltarsi e non guardarmi nuda aveva fatto cadere una lampada.
Scusa” bofonchiai cercando di infilarmi il reggiseno il più velocemente possibile. “Non sono abituata ad essere pudica.”
Lui si schiarì la voce un paio di volte prima di rispondere: “Come mai?”
“Immagino sia una cosa da modelle: durante le sfilate eravamo sempre svestite in mezzo a truccatori ed assistenti che ci aiutavano a infilare qualche indumento. Inoltre io mi occupavo di biancheria intima, quindi durante i servizi fotografici dovevo sempre essere più nuda che vestita.” trovai le mie scarpe da ginnastica. “Forse è anche perché sono abituata ad avere intorno Alex, che non si scandalizza per la nudità.”
“Insomma, mi consideri come il tuo amico gay?” chiese con uno strano tono e non gli risposi.
Finalmente ero pronta. Mi avvicinai a Blake che mi dava ancora le spalle e posandogli le mani sulle braccia lo feci girare.
“Non so cosa sia il pudore ed a volte dimentico che non tutti sono come me.”
Gli sfiorai le braccia nude, per una volta prive dell'onnipresente giacca mimetica, e lui mormorò: “Nessuno è come te.”


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