Lettori fissi

giovedì 19 giugno 2014

Presentazione: "Bittersweet" di Rhoma G.



“Bittersweet, qualcuno come te…”
Rhoma G.

Trama:
Grace è un'infermiera e lavora a Seattle, Josh è un affermato broker di New York. Le loro esistenze non potrebbero essere più diverse e i loro caratteri più lontani. Lei è dolce, un po' introversa, tanto altruista e nasconde un segreto. Lui è scontroso, un po' egocentrico, tanto egoista e nasconde un segreto. I due ragazzi condividono un passato che, per certi versi, li ha uniti in modo indissolubile anche se ancora non lo sanno. Un passato che tornerà a sconvolgere le loro vite. Secondo Grace esistono vari tipi di lividi; ci sono quelli sul corpo, ma anche quelli dell'anima, per esempio. E per questi, non esiste unguento che riesca a curarli. Per Grace era questo Josh, un livido sull'anima. Una chiazza scura sulla pelle lattea. E per quanto lei provasse a mandarla via, non ci riusciva. Solo Josh avrebbe potuto farlo, perché lui era il male ma era anche la cura. Un terribile incidente farà rincontrare i due ragazzi, un tempo nemici, e farà capire loro che la vita dà sempre una seconda possibilità, bisogna solo avere il coraggio di accettarla.


Biografia:
Rhoma G. ha cominciato a scrivere racconti all’età di tredici anni, e sebbene la vita l’abbia poi indirizzata da tutt’altra parte, non ha mai messo di coltivare il sogno di diventare scrittrice. Divoratrice di libri e scrittrice per passione, considera la lettura il mezzo per vivere tante avventure diverse, e la scrittura il tramite tra il mondo reale  e i personaggi creati dalla sua fervida immaginazione. Vive col marito in una città di mare, ama viaggiare e nutre una smodata passione per i film di Hitchcock.

Link per l’acquisto:


Stralcio:
‘Non è successo niente’ lo ripetei a me stessa almeno duecentocinquantamila volte
quella notte e, naturalmente, non me ne convinsi.
Il mattino successivo, dopo non aver chiuso occhio neppure per un momento, ero
sull’orlo di un abisso.
Faticavo a stare in piedi, per il sonno, per la testa, che ancora scoppiava, e per i
dubbi che mi assillavano.
Che avrei fatto incontrandolo quella mattina?
Come mi sarei comportata?
Avrei fatto l’indifferente?
Facendo finta di non essere sconvolta.
Avrei negato il forte sentimento che mi legava a lui?
C’erano così tante fattori da considerare. Primo fra tutti, avevo baciato
l’uomo di un’altra. Anche se l’altra era Maureen, non avrei dovuto.
Come avrei reagito se un’altra donna avesse baciato il mio uomo?
L’avrei presa a testate sulle gengive, poi mi sarei accanita sul suo didietro con
degli scarponi da trekking.
Certo, sette anni prima, avevo agito allo stesso modo, ma ero stata distratta
da com’era andata a finire dopo, e non avevo avuto il tempo di crogiolarmi
nello scrupolo di coscienza.
Anche Josh era da biasimare. Non avrebbe dovuto baciare altre labbra se non
quelle siliconate di Maureen.
Quante altre ne aveva baciate, non considerando le mie?
Una quantità imprecisata stando alle sue amicizie di letto.
Perché si ostinava a restare con quella oca bionda?
Uno spettacolo di teatro alternativo russo, in lingua originale, sarebbe stato
più comprensibile da interpretare rispetto a questa situazione.
Del resto: “È complicato.”
«Buongiorno, Jerry.»
«Ehi, Grace, sicura che sia un buon giorno? Hai una faccia.»
La immaginavo proprio la mia faccia. Occhiaie, zampe di gallina, colorito
spento. Dovevo essere tanto, ma tanto affascinante.
«Ho dormito male e soffro per un gran mal di testa» mi massaggiai le tempie.
«Prendi due aspirine, tesoro, siamo appena all’inizio!»
«Lo so, non me lo ricordare ti prego, vado subito ad impasticcarmi.»
Lasciai il mio collega intento a controllare la lista dei pazienti in terapia quella
mattina, e mi avviai verso la macchinetta del caffè. Le aspirine le avevo già in
tasca, ormai non uscivo più senza. La porta della stanza di Josh era aperta, non
guardai in quella direzione di proposito. La sensazione che mi stesse osservando
però fu netta sulla mia pelle.
Dopo il caffè, diedi disposizioni a due inservienti circa l’arrivo di tre nuovi
pazienti, quindi raggiunsi Jerry per il primo round di terapie.
Josh era il quarto della lista quella mattina. Avrei voluto che il suo turno non
arrivasse mai. Invece, intorno alle nove e trenta, toccò a lui. Entrai nella stanza
per ultima con l’intento di posticipare il più possibile l’effetto che mi avrebbe
fatto vederlo dopo la notte precedente.
«Buongiorno, come andiamo?»
Jerry era di ottimo umore, come sempre, io stentavo perfino a muovere le labbra.
«Bene» esclamò con decisione «molto bene» e sorrise. Quel raggio di sole era
un regalo per me, non certo per Jerry. Sperava gliene regalassi uno altrettanto
radioso, e che lo guardassi con gli stessi occhi lucidi e carichi di promesse che
aveva lui. Occhi felici di vedermi. Non riuscii a fare né l’una né l’altra cosa. Mi
limitai ad un cenno del capo che lo deluse profondamente, poi andai a mettermi
al mio lato di competenza. Il raggio di sole si spense, oscurato da uno
sguardo nebuloso.
Cosa si aspettava?
Che gli gettassi le braccia al collo come avevo fatto la sera prima?
Che gli dicessi che lo amavo e che non avevo mi smesso di farlo in quei sette
anni?
Altri due minuti di quello sguardo da cucciolo ferito e l’avrei fatto.
Maledetta me!
«Ciao, Gresy» ‘non farlo! Non guardarmi così, non parlarmi così, non chiamarmi così.’
Il suo viso pallido, la sua espressione triste, la sua voce calda…
Quanto tempo avrei resistito?
Maledetta me.
«Ciao» mormorai fingendomi distratta dalla disposizione dei cuscini sotto alla
sua gamba. L’effetto Bamby era sempre in agguato. «Iniziamo con la gamba
destra?»
«Sì, anche se penso che ormai sia a posto con quella. Non è vero, Josh?» distratto
dal mio essere distratta ci mise un po’ a rispondere. «Josh? La gamba»
«Ehm, sì Jerry, la gamba… sono a posto» il suo entusiasmo era pari a zero «mi
fa male la sinistra stamattina.»
«Adesso gli diamo un’occhiata, dovresti cominciare a muoverti con le stampelle:
perché rimandi sempre? Fra una settimana esci e...»
«Una settimana?» interloquii incredula. Non ero stata capace di trattenermi.
«Credevo restassi qui fino a metà mese.»
«L’ho saputo stamattina dal dottor Ascot. Le lastre, la risonanza... è tutto nella
norma. Sono guarito. Ho solo bisogno di attività motoria» si stava giustificando
con me.
«Logico, attività motoria» mi sentivo una perfetta idiota. «Sono davvero felice
per te.»
Di sicuro, quella che avevo stampata sulla faccia, era proprio l’espressione di
una persona felice.
La fisioterapia durò appena dieci minuti. Nel giro di mezz’ora, Josh, si sarebbe
trasferito in palestra per continuare gli esercizi con le macchine. Potenziamento
muscolare e stretching. Si sarebbe dedicato a questo per il resto della
permanenza in reparto. Una volta fuori, avrebbe eseguito delle sedute presso
un centro specializzato. Jerry, gli avrebbe raccomandato il nuoto.
«Ci vediamo dopo allora» il mio collega, sempre più pimpante, era sempre così
quando un paziente era prossimo a considerarsi guarito, si congedò. L’avrei
seguito a ruota. «Faccio una pausa per un caffè. Ci ritroviamo alla “322” tra
cinque minuti.»
«Okay» lesta, mi avviai anch’io alla porta. Non volevo restare da sola con lui. -
Ti aspetto di là.-
«Grace» purtroppo, il mio piano di fuga fallì «aspetta un attimo» miseramente.
«Devo andare» risposi, il tono freddo e distaccato. «Hai sentito Jerry?»
«Sta prendendo il caffè adesso, potresti sistemarmi le lenzuola, per favore?»
Diedi una rapida occhiata e, in effetti, lenzuola e copriletto erano ammonticchiati
in un angolo. Mi avvicinai al letto e cominciai a darmi da fare con la
trapunta, anche se sapevo che quella richiesta era solo una scusa.
«Perché non mi parli?»
«Al momento non ho niente da dire» risposi mantenendo gli occhi fissi su ciò
che stavo facendo.
«Potresti almeno guardarmi.»
Ignorai la richiesta.
«Gresy?» Mi prese una mano e mi costrinse a fermarmi. «Gresy, ti prego, non
fare così.»
Alzai gli occhi.
«Così, come?»
«L’indifferente. Come se ieri notte non fosse mai accaduta»
«Hai ragione, è esattamente ciò che sto facendo, perché ieri notte non è mai
accaduta.»
Scattai in piedi e cercai di liberarmi dalla sua stretta. Tutto inutile. Afferrò lo
scollo della mia uniforme e alzò il busto, il necessario per posare la sua bocca
sulla mia. Il distacco, la freddezza, l’indifferenza si dissolsero come neve al sole.
Non fu un bacio lunghissimo, non per questo fu meno caldo e passionale, e
non per questo non lo ricambiai con trasporto.
«Dillo di nuovo» mi sfidò allontanandosi da me il necessario per guardarmi
negli occhi.
«Cosa?»
«Che questo tra noi non è mai accaduto.»
Mi passai la lingua sulle labbra, volevo cancellare ogni traccia del suo sapore.
Fu inutile. Lui era sulla mia lingua, sul mio palato, fra i denti, nella gola, nella
pancia, forse anche fra le dita dei piedi c’era una traccia di Josh.
Era dentro di me, era attorno a me. Era in ogni cellula del mio corpo, era in
ogni alito del mio respiro. Era nel mio sangue, nella mia carne. Era nel mio
cuore e nella mia anima. Era nella mia vita. Lo era sempre stato. Solo che ora
era chiaro come il sole.
«Questo, non è mai accaduto» ripetei ostinata, forzando me stessa a ignorare i
suoi occhi da cucciolo ferito.
Nell’attimo stesso in cui terminai la frase, gli buttai le braccia al collo. Mi lasciai
travolgere, avvinghiandomi alla sua nuca come fosse una boa in mezzo
all’oceano.
Sentii le sue mani calde, erano sempre calde le sue mani, risalire lungo la nuca, i
polpastrelli massaggiarmi la cute e il respiro, conoscevo l’odore del suo respiro, solleticarmi
le narici. Avrei voluto che quel momento non finisse mai.
Dio, quanto lo amavo.
Infinitamente, perdutamente.
E più il mio cervello diceva alla mia lingua di uscire dalla sua bocca, più il mio
cuore s’incaponiva a obbligarla ad attorcigliarsi alla sua.
La lotta tra “ragione e sentimento” durò fino a quando Josh, toccò il punto
nevralgico, causa del mio mal di testa, e mi riscossi da quel sogno perfetto.


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