Lettori fissi

mercoledì 18 giugno 2014

Presentazione: "Amore Alieno" di Beatrice Mariani


AMORE ALIENO
Beatrice Mariani

TRAMA
Tucson, Arizona. Jonah Hunt non è come gli altri ragazzi: è silenzioso, solitario, nessuno all'East Tucson High lo conosce davvero. Neanche Liberty che, trascinata dalla migliore amica a un rave party finito male, si ritrova da sola con lui in una situazione d'emergenza. Qualcosa spinge la ragazza verso Jonah, ma scoprire il suo segreto potrebbe mettere a rischio la vita di Liberty e delle persone che le stanno intorno. Perché lui è qualcun altro, qualcos'altro.
Nei caldi paesaggi dell'Arizona le vite e le emozioni di ragazzi umani si intrecciano a quelle di individui provenienti da lontano, in un susseguirsi di avventure, colpi di scena e sentimenti esplosivi che non danno tregua.

BIOGRAFIA
Beatrice Mariani vive, studia e lavora a Roma. Durante l'adolescenza ha viaggiato tanto e vissuto in luoghi diversi a causa di esigenze familiari; questo le ha permesso di conoscere molto del mondo. Scrivere e leggere sono la sua passione, assieme all'astronomia e al gelato.



Stralcio:
La vecchia fabbrica di biscotti era un edificio fatiscente, qualche miglio fuori città, e sorgeva praticamente in mezzo al nulla. Con gran sollievo di Summer perlomeno la si poteva raggiungere su una strada asfaltata. La ragazza non voleva nemmeno immaginare la discussione con la madre se avesse riportato a casa un auto priva di gomme e/o ammortizzatori.
Nello spiazzo ghiaioso provvisoriamente adibito a parcheggio c’era un gran via vai di gente, per la maggior parte ubriaca.
«Oh, sì! Adoro quest’atmosfera!», esclamò Summer stringendo la mano dell’amica.
Liberty scansò all’ultimo momento un ragazzo che stava per vomitarle sulle scarpe. Storse il naso.
«Quindi hai intenzione di approfittare di un Tristan ubriaco?»
Summer scoppiò a ridere. «Pronto? Carina? Hai idea di chi stai parlando? Tristan, il ragazzo più in gamba della scuola! Se lui non regge l’alcol, io sono Cat Woman!»
In quel momento qualcuno le urtò violentemente la spalla e per poco Summer non capitolò a terra. Sollevò un pugno e sbraitò dietro qualcuno, ma la sua voce si perse nel frastuono che proveniva dalla fabbrica abbandonata. Entrarono e il rimbombo della musica le avvolse assieme all’odore pungente e salato di sudore misto ad alcol. Il locale era enorme e ancora qua e là, al di sopra delle teste ondeggianti dei ragazzi, si vedevano macchinari arrugginiti che un tempo decoravano biscotti.
Le casse erano sparse attorno al perimetro ed era impossibile riuscire a parlare, ma Summer l’avrebbe fatto sempre e comunque, anche da morta. Liberty udì confusamente una frase che includeva le parole mio padre e santo dio e poi alcol. Ne afferrò il senso quando Summer le indicò un angolo in cui, su una pila di cassette di legno, erano allineate in maniera disordinata bottiglie di liquore. Una ragazza giudiziosa e responsabile avrebbe aborrito il consumo di alcol, soprattutto dovendo poi guidare, ma Summer non era né giudiziosa né responsabile, e soprattutto il commento su suo padre, dio e l’alcol non aveva il senso che ci si sarebbe aspettati. Liberty fu trascinata da Summer che, a gomitate, spingeva via i ragazzi sudati che ballavano nella ressa. Non c’erano bicchieri o forse erano finiti, ma non fu un problema. Summer afferrò una bottiglia di quello che pareva scotch e tracannò generosamente. Liberty le levò la bottiglia dalla bocca e la rimise a posto.
Stava per tirare uno schiaffo all’amica ma quella sputò senza riguardi, innaffiandole le scarpe di liquore. Scoppiò a ridere e disse un paio di frasi in cui la parola ricorrente era schifo. Liberty rise e, afferrata Summer per un braccio, la trascinò in pista: non amava ballare, ma meglio quello che ubriacarsi e farsi rinchiudere in casa a vita dal padre.

Summer e Liberty si spostarono da una bancarella all’altra come api sui fiori, nutrendosi di ciò che vedevano, sentivano, toccavano. È vero che c’è qualcosa di magico, arcaico nelle culture dei nativi americani: Liberty se ne sentiva pervasa, ebbra. Anche Summer era particolarmente elettrizzata e, al suo solito, esternò l’eccitazione provando a rimorchiare. Lui era un gran bel pezzo di navajo, alto e muscoloso, con i lineamenti decisi e virili. Liberty lasciò l’amica libera di flirtare e gironzolò per le bancarelle vicine. Sarebbe volentieri rimasta lì fino all’alba.
Si chinò su un banco per esaminare un braccialetto.
«Carino», sentì dire alle proprie spalle.
Si tirò su e si voltò. «Ciao, Jonah. Che sorpresa.»
«Già. Non immaginavo di trovarti qui.»
Liberty sorrise. «Sembra che ci piacciano le stesse feste.»
«Ti svelo un segreto», disse lui in tono cospiratorio. Si chinò per sussurrarle all’orecchio. «Non mi piacciono le feste.»
Liberty accennò una risata e Jonah si sollevò. «Anche stavolta mi ci ha trascinato Davin.» Cominciò a camminare verso il fiume.
«I navajo hanno qualcosa a che fare con la vostra… situazione?», domandò lei, seguendolo.
«Non lo so. La cultura dei nativi d’America è intrisa di magia, di leggende, è ricca di storia. Davin è venuto qui con il preciso intento di interrogare gli indiani più anziani.»
«Ma tu non lo farai», palesò Liberty.
Jonah si fermò in riva al fiume e la guardò. «Non lo farò.»
Liberty gli si avvicinò. «Sai, certe volte sembra che tu non sia affatto interessato a scoprire il tuo passato o il tuo destino. Voglio dire, a differenza di Davin tu sei sempre cauto, riflessivo, quasi schivo nei confronti delle novità… difendi le cose in modo che rimangano sempre uguali.»
Jonah accennò un sorriso. «Wow. Direi che ci stavi pensando da molto.»
Liberty gli sorrise in modo incoraggiante e lui osservò il fiume.
«Non so, forse temo qualcosa», disse piano. I rumori della festa sembrarono improvvisamente lontani. «Temo di scoprire davvero perché sono qui. E se fosse per uccidere gli esseri umani? Se un giorno si risvegliasse in me qualcosa di terribile?»
«Che dici?», domandò lei dolcemente, colpita dalla sensibilità nelle sue parole. «Tu sei buono. Non farai del male a nessuno, neanche se fosse scritto nel tuo DNA.»
Si voltò verso di lei, fissandola con gli occhi accesi dei riflessi delle torce. «Ne sei davvero convinta?»
Liberty annuì. «Farai sempre ciò che è giusto. Io ho fede in te.»
Jonah la guardò in modo diverso. Liberty non si era resa conto di come e quando era accaduto, ma ora era così vicina a lui da sentire il suo respiro, il suo odore. Chiuse gli occhi ma li riaprì di scatto nell’udire un grido. Si voltarono entrambi e, scorgendo un nugolo di persone raccolto all’estremità del mercato, cominciarono a correre. Si fecero largo tra la gente e raggiunsero l’oggetto di tanto interesse. Disteso nella polvere c’era il corpo senza vita di un uomo.

«Di qua!»
Liberty, istintivamente, si fidò di quella voce. Davin, appoggiato alle sue spalle, claudicava e la spingeva a terra, ma lei non si diede per vinta e corse verso il buio di una botola. Rotolarono dentro ma si rialzarono subito. Il portello si richiuse sul mondo. All’esterno si udirono passi di corsa. Il vicesceriffo superò il loro nascondiglio e non tornò indietro.
«Che accidenti ci fai tu, qui?», domandò Davin.
«Lo sceriffo è uscito con la madre di Wallace e io sono corsa alla centrale per aiutarti, nel caso. A quanto pare ne avevi bisogno», rispose Liberty parlando all’oscurità.
«Non tu, dicevo a lui», insistette Davin.
Liberty trasalì: nella concitazione del momento aveva dimenticato che qualcuno li aveva fatti entrare in quella botola. Lasciò Davin, che si sedette per terra, ed estrasse dalla tasca una piccola torcia. La accese e sparò il fascio di luce davanti a sé.
«Tu!»



Nessun commento :

Un "mi piace" non costa nulla, è sempre gradito e basta soltanto un clic! Grazie di cuore!

La pagina ufficiale del blog su Facebook

Seguimi su Goodreads!