Lettori fissi

venerdì 2 novembre 2012

"La fuga" di Vincenza Miele


La ragazza correva a perdifiato nel bosco vicino casa.
Non poteva credere a ciò che aveva visto, la sua famiglia massacrata e i corpi lasciati riversi in un lago di sangue ma più che corpi erano pezzi indefiniti e poi c’erano macchie di sangue ovunque sui muri, sui lampadari.
Certamente non avrebbe mai dimenticato la testa che era rotolata vicino i suoi piedi. La testa di suo padre che a stento aveva riconosciuto visto che era ormai solo una maschera di puro terrore da cui emergevano due occhi sbarrati.
Questa era l’immagine che le si era presentata non appena rientrata a casa dall’uscita con le amiche la sera di Halloween. Ora non aveva più nessuno che l’aspettasse, che la sostenesse, le stesse accanto ma soprattutto non poteva tornare indietro. Pochi istanti dopo aver trovato quello scenario, aveva sentito dei rumori all’interno della casa. Senza aspettare di sapere chi o cosa avesse provocato il suono se l’era data a gambe levate. La paura di fare la fine dei suoi cari l’aveva spinta lontano da quel luogo e per questo ora vagava nel bosco.
Non aveva una meta precisa, non sapeva neppure da quanto  tempo stesse correndo ma ormai nulla aveva più importanza. Era sola. Quella costatazione le cadde addosso all’improvviso così pesante da costringerla a fermarsi un attimo e a riprendere fiato. Mentre era china con le mani sulle ginocchia a cercare di riprendere un respiro regolare, sentì il rumore di un ramoscello che si spezzava. Si raddrizzò in un attimo.
Cercò con lo sguardo di osservare meglio la fitta vegetazione che la circondava con la speranza di cogliere la più piccola anomalia. Passò qualche istante che le sembrò un’eternità ma non colse nulla degno di nota. Iniziò ad avanzare di qualche passo ed ecco che sentì di nuovo quel rumore.
Si fermò di nuovo e restò in ascolto. Di nuovo l’avvolse il silenzio assoluto.
Avanzò ed ancora quel rumore. Ormai ne era sicura, non era sola. Riprese a correre, saltando i rami caduti, gettandosi a capofitto tra gli alberi, incurante dei graffi o dei lividi che così si procurava. Durante la sua folle corsa cadde a faccia in giù sul manto erboso.
A quel punto non ce la fece più ed iniziò a piangere ma non poteva lasciarsi vincere dal dolore, non ora che un pazzo le era alle calcagna con chissà quali intenzioni. Cercando di fare appello a tutta la sua forza di volontà, si rialzò e dopo essersi tolta le foglie e l’erba di dosso riprese la sua fuga.
 Purtroppo per lei la sua corsa la condusse ad una ripida parete rocciosa, era in trappola. Le restava una sola cosa da fare. Scalare quella parete. Un’ardua impresa per una persona che non aveva mai neppure scalato una corda, figuriamoci una parete così ripida. Raccolto tutto il suo coraggio, iniziò la sua scalata. Nel frattempo sentiva i rumori dei passi del suo inseguitore farsi sempre più vicini.
La parete era ruvida e fredda al tatto, in più iniziavano a sudarle le mani rendendo ancora più impervia la salita. Sebbene avanzasse a fatica riuscì comunque a raggiungere la cima. Tiratasi su, guardò in basso per poter verificare dove fosse il suo inseguitore ma di lui non sembrava esserci più alcuna traccia. Rimase qualche minuto seduta per cercare di capire cosa le conveniva fare ma d’un tratto sentì un rumore alle sue spalle e poco dopo un respiro affannato.
Le si gelò il sangue. Non era possibile. L’aveva raggiunta e in così poco tempo. Come c’era riuscito? Non voleva voltarsi e affrontarlo ma non aveva alcun senso rimandare l’inevitabile. Fece un respiro profondo e si girò.
Ciò che le si presentò davanti era il suo peggiore incubo. Un uomo alto un metro e novanta, con una maschera priva di espressione e un’ascia in mano sporca di sangue, la sovrastava in tutta la sua spaventosa maestosità. << Che cosa vuoi da me? Non ti ho fatto nulla. Ti prego, lasciami andare.>>, iniziò a pregarlo la ragazza.
Ma le sue parole non sembravano raggiungere quella montagna di malvagità. Iniziò a indietreggiare, sempre pregandolo di risparmiarla. Purtroppo non c’era più spazio e ben presto alle sue spalle ci fu il nulla. L’uomo ormai era giunto alla cattura della sua preda. Non appena le fu abbastanza vicino, l’afferrò per il bavero del suo giacchetto di jeans e l’alzò da terra con una facilità agghiacciante ma solo per scaraventarla verso la roccia più vicina.
L’impatto fu doloroso a tal punto da toglierle il fiato. Pochi secondi dopo era distesa per terra, stordita e dolorante, incapace di muovere anche un solo muscolo contro quell’armadio umano. L’uomo le si avvicinò di nuovo solo per afferrarla per i capelli, per poi scagliarla contro un albero. Se il primo impatto non le aveva tolto completamente la lucidità, il secondo minacciava di farlo. Intanto una copiosa scia di sangue le scorreva sulla guancia.
L’uomo le rivolse uno sguardo carico di odio che ben chiariva i suoi propositi. Non avrebbe avuto scampo, lo intuiva. Poco dopo l’ascia volteggiò pericolosamente vicina a lei per poi atterrare sui suoi capelli. Glieli aveva tagliati. I suoi occhi erano spalancati e increduli ma non poteva fare molto perché il suo corpo non gli permetteva di andare lontano conciato in quel modo.
L’uomo posò l’ascia e si chinò su di lei per prendere il suo fragile collo tra le mani. Iniziò a stringere, le mancava l’aria e si sentiva sospesa nel vuoto. Ben presto capì che era stata sollevata da terra ed iniziò a dimenarsi, non voleva morire ma non riusciva neanche a contrastare il suo assalitore. L’uomo la scaraventò di nuovo lontano poi riprese l’ascia e si avvicinò soltanto per colpire la sua gamba. Un urlo disumano uscì dalle labbra della ragazza che finalmente riusciva a scorgere l’abominevole piano del suo carnefice. Voleva ucciderla ma lentamente e forse anche nel modo più doloroso possibile.
Per quello che le sembrò un tempo interminabile l’uomo non fece altro che ripetere il suo macabro schema ancora e ancora, la colpì in più punti con la sua ascia che sembrava desiderosa di colpire la sua tenera carne. Si ritrovò così con le braccia , le gambe e la spalla destra piene di ferite profonde e doloranti.
Non sapeva quanto ancora avrebbe resistito ma se quello era il destino che le spettava nelle ore seguenti preferiva che la sua ora arrivasse presto. Non era mai stato un tipo coraggioso ne tantomeno masochista. Forse l’uomo si era divertito abbastanza così le si avvicinò un ultima volta e  posizionando l’ascia all’altezza del suo collo, con uno slancio deciso le recise la testa. Finalmente aveva saziato la sua sete di sangue e terrore.
Raccolta la sua ascia e la sua ombra si allontanò a passo sicuro verso il sentiero che lo avrebbe condotto nel suo inferno personale. Ne vivo ne morto ma neppure un vero e proprio fantasma visto che si manifestava solo un giorno all’anno.
Avrebbe vagato per un altro anno, durante il quale avrebbe scelto le sue prossime vittime e poi si sarebbe materializzato ad Halloween per massacrarli così come avevano fatto con lui e la sua famiglia. La sua anima non si sarebbe mai saziata, non avrebbe mai smesso di chiedere il sangue di innocenti.

 

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