Lettori fissi

sabato 3 novembre 2012

"Il demone della porta accanto" di Fabrizio Melodia





I pugni dell'uomo colpirono con violenza il legno bianco panna della porta del bagno, producendo un sordo rumore d' incrinature procurate senza troppi complimenti.

Diede un seguito all'operazione di coatta distruzione, colpendo prima con il destro e poi con il sinistro la porta in abete lamellare, adornata con motivi floreali che ben si sposavano con il resto dell'abitazione.

Non riuscendo a procurare altri cedimenti, l'uomo sulla cinquantina, dal torace e dalle braccia possenti, i capelli bianchi lunghi che gli scendevano morbidi sulle spalle, menò rabbiosamente un calcio con la gamba destra, seguito poi da un'altro e ancora per più volte.

Doveva assolutamente entrare in bagno, doveva prenderla prima che potesse fare altri massacri, maledizione.

Il piccolo mostro che si nascondeva li dentro aveva combinato davvero un orrore senza paragoni, ancora si sentiva scosso dai conati di vomito che aveva avuto quando aveva visto il macello in sala da pranzo, il sangue ovunque che imbrattava le pareti, con larghi schizzi, le sedie e il tavolo incrostate di materia organica, i corpi martoriati e straziati di sua moglie Hannah e di sua figlia Helga, incinta al sesto mese.

Hermann Celan non se la sarebbe tolta mai dalla mente quella scena, nemmeno se fossero passati secoli e la pena di morte più dolorosa e lunga fosse inflitta al colpevole di tutto quel massacro senza alcun senso.

Era andato in città a prendere altri addobbi per la notte di Halloween, anche quest'anno avrebbero festeggiato in famiglia, con la rituale processione di dolci e scherzi vari in cui Helga e Lilletta erano davvero insuperabili. Aveva lasciato la sua famiglia mentre stavano decorando casa con fantasmi, streghe e folletti dal naso storto, che lui aveva intagliato con pezzi di tronco dei boschi vicini al loro paese sulle alpi svizzere, che la leggenda voleva fosse visitato da Babbo Natale e altre creature mitologiche.

Si vociferava che Lilletta, la loro figlia, fosse in stretto contatto con Babbo Natale e altre creature, le quali non facevano mai mancare doni tangibili alla cittadinanza, numi tutelari e protettori per l'inverno.

Era cosi felice, sarebbe stato un grande Halloween, il lavoro andava benissimo e, con il risarcimento che la Compagnia che aveva inquinato il fiume aveva dato all'intero paese, aveva potuto fare grandi cose che mai e poi mai avrebbe immaginato.

Erano trascorsi dieci anni da quando la sua figlia più piccola Lilletta era andata fuori casa, la notte della vigilia di un decennio fa, e vi aveva fatto ritorno solo la mattina di Natale, portando con se la medicina per la mamma malata, anche se dentro alla boccetta non c'era assolutamente niente.

Aveva dato adito al potere del placebo, la forza di volontà di sua moglie aveva vinto sulla malattia e la giustizia legale aveva avuto la meglio sulla logica del profitto e della politica corrotta.

Non era cosi, ma gli aveva fatto bene illudersi per tutti questi anni, si diceva che Halloween rovesciasse ogni cosa, ogni valore, ogni visione, ogni possibile credenza.

Cosi era accaduto, constatò Hermann Celan, stravolto dalla rabbia.

Nel salotto al pianoterra, addobbato per la notte delle streghe, la sua adorata Hannah giaceva morta, sventrata, l'espressione del volto era fissa con gli occhi sgranati, la bocca digrignata, le mani intente a grattare il pavimento mentre cercavano una via di fuga.

Hermann Celan era rientrato colmo di regali, addobbi, maschere e felicità, tutto caduto a terra appena sentita la puzza tremenda, acre, che faceva lacrimare gli occhi e tossire tremendamente.

Aveva visto che anche ad Helga era stato praticato lo stesso trattamento, sua figlia maggiore giaceva un po' più in là, con il ventre aperto, le costole alla luce, il cuore non c'era più.

Aveva visto l'assassino mentre lo stava divorando, come il più prelibato panettone natalizio. L'aveva visto chiaramente, morderlo un pezzo alla volta, mentre le labbra, il mento volitivo e il collo, oltre al bel vestito bianco della festa s'imbrattavano di sangue, che il cannibale beveva a fiotti, lo sguardo ebbro e soddisfatto, passando la lingua su quel muscolo ancora parzialmente pulsante, o era solo una sua impressione, non riusciva a capire.

Ricordava il fucile a terra, sua figlia Helga era stata campionessa di biathlon, prima di trovare il suo compagno, campione di sci e falegname presso la stessa Compagnia che aveva inquinato la valle del paese.

Sua figlia aveva cercato di difendersi, ma non era riuscita, la culatta era aperta e i colpi sparsi per il pavimento.

Si, doveva cercare di pensare in modo distaccato, un puro occhio verso l'orrore, solo in quel modo avrebbe fatto giustizia.

Avrebbe dovuto farlo ancora qualche anno fa, quando la situazione di sua figlia minore, Lilletta, si era palesata in tutta la sua gravità.

Continuava a menar calci, ma senza risultato, ricordare lo fece in parte placare dalla furia, doveva pensare lucidamente, se voleva mettere le mani su quel porco assassino.

“Papà, cosa stai facendo? Perchè fai questo? Ti prego, ho tanta paura, la mamma e Helga sono...”, proferì da dietro la porta del bagno la voce dalla tonalità infantile di Elisabetta Celan, chianata da tutti Lilletta, per la sua corporatura minuta.

“Non chiamarmi papà, bastarda assassina, maledetta troia che sei dentro al corpo di mia figlia. Ti strapperò le budella come hai fatto con la mia famiglia, mi senti? Fammi entrare, cosi facciamo prima e senza tante cerimonie. Hai capito? Apri subito questa fottuta porta maledetta puttana!”, urlò senza ritegno Hermann Celan, un tempo padre della creatura che si trovava dietro la porta del bagno, colpevole senza ombra di dubbio del massacro.

“Papà, mi fai paura. Non fare cosi. Non mi ricordo nulla, stavamo finendo di decorare la casa per Halloween, stavo finendo di scolpire la zucca e... ricordo solo una nebbia rossa davanti agli occhi, mi sono risvegliata che avevo... stavo mangiando il cuore di mamma... ho bevuto il sangue di Helga...papà, che mi succede? Aiutami, non sono io!”, la voce di Lilletta era come carta vetrata dalla paura, esplose poco dopo in un piano sommesso, mentre suo padre Hermann tentava invano di scardinare la porta.

“Taci, non parlare. Non strillare! Adesso mi apri questa fottuta porta e ti aiuterò, certo che ti aiuto, mostro bastardo che hai preso il posto di mia figlia. Ti aprirò lo stomaco e strapperò tutto da dentro, ti scuoio vivo, maledetto, avrei dovuto farlo ancora anni fa, quando abbiamo capito tutti che non era più la nostra Lilletta, non l'hai fatta crescere, è rimasta come allora, ma la mente è cresciuta, certo, maledetto. Sei tu che sei cresciuto, dentro a quella scatolina cranica, maledetto parassita. Ora ti distruggerò, prima che tu possa fare altro male, ti ucciderò come hai massacrato la mia famiglia per nutrire i tuoi fottuti bisogni. Hai capito?! Ti ucciderò! Apri, maledetto, apri”, urlò Hermann Celan, completamente fuori di se.

Il pianto continuava più forte dall'altra parte, la sua consolazione era la mancanza di vie di uscite, erano al primo piano e non poteva di certo saltare giù dal lucernario senza farsi davvero male.

Doveva calmarsi, ragionare, essere lucido, non poteva permettersi errori, come aveva fatto in questi anni, lasciando viva quell'aborto di natura, quel mostro che aveva preso le sembianze di Lilletta.

Strinse i pugni, trasse una serie di profondi respiri, i suoi occhi, chiusi e riaperti più volte s'incollarono alla chiara immagine che si palesava senza sospetti.

Avanzò di qualche passo, scendendo al pianterreno, dove lo scempio era avvenuto, gli addobbi di Halloween lo salutarono con ghigni sghembi e fantasmi beffardi al suono sordo del suo dolore.

Si chinò sul cadavere puzzolente e mutilato di Helga, prese il fucile e i proiettili, diede un bacio alla figlia sui capelli e afferrò al volo l'attizzatoio. Nel silenzio, il rumore del chiavistello del bagno risuonò acuto come un fischio di treno.

Si arrampicò di nuovo di sopra, facendo le scale due gradini alla volta, rischiando di scivolare ad ogni passo, ma non lo avrebbe fatto, doveva ucciderla, ad ogni costo.

Vide la porta aperta e la figura lorda di sangue di Lilletta stagliarsi in parte dalla feritoia aperta, gli occhi gonfi di pianto, la bocca contratta a contenere la disperazione.

Hermann Celan lasciò cadere l'attizzatoio, imbracciando il fucile come se tenesse un neonato tra le braccia, il volto sconvolto da lacrime e la bocca aperta in un urlo silenzioso, mentre inseriva una serie di proiettili nel serbatoio.

Hermann Celan puntò agilmente il fucile contro colei che un tempo abbracciava e riempiva di coccole, ne accarezzava i lunghi capelli e si perdeva nei suoi occhi azzurri, ora virati in un nero abbacinante, in cui sembrava trovare posto solo il vuoto e la tenebra assoluta.

Esplose due colpi in rapida successione che s'infransero sulla porta di legno, facendo saltare pezzi in ogni parte, mentre la creatura minuta compiva un balzo acrobatico roteante verso di lui, scavalcando di fatto la distanza che li separava.

Lilletta Celan atterrò sul padre, colpendolo con una sequenza di pugni in rapida successione, l'uomo cadde a terra, il volto ridotto a una maschera di sangue in pochi secondi.

Lilletta Celan si chinò supina su di lui, il volto contratto in una smorfia, la bocca traboccante ancora sangue puzzolente e rappreso intorno agli angoli, Hermann chiuse gli occhi aspettando il momento fatale.

Percepì solamente le labbra di sua figlia sulla fronte, in un bacio dolce e sussurrato, come una volta, quando le leggeva le fiabe a letto o quando la coccolava da un brutto sogno.

Ora era lui ad essere coccolato.

Una folata di vento e un passo leggero lo portarono a riaprire gli occhi, la finestra era aperta e un brivido violento gli percorse la schiena e la nuca.

Affacciatosi, Hermann Celan, vide la sua bambina di un tempo correre a perdifiato nella neve, con l'agilità di un cerbiatto, vestita solo di una vestaglia intrisa di sangue, che ben contrastava con il bianco abbacinante che la circondava.

Prese il fucile ed esplose altri colpi, i quali andarono a segno sulla schiena di Lilletta, la quale da par suo continuò nella corsa, scomparendo nella notte.

Hermann Celan lasciò cadere a terra il fucile, annientato.

Nella notte di Halloween, ricevette il saluto della bufera, che aveva inghiottito nel suo manto di tenebra ogni barlume di felicità.

Uno scherzo strano, senza dolcetto finale.

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