Lettori fissi

venerdì 2 novembre 2012

"Giorni di lavoro" di Elena Cincin

 

Il giorno più felice di sempre è stato il mio primo giorno di lavoro. Ricordo benissimo i volti di quei due ragazzi – quasi fosse stato ieri. Eppure ne è passato, di tempo. Si invecchia, facendo questo mestiere.
È il 31 ottobre. Giorno di piena. Il mio attuale cliente vive nel Texas, ma per qualche diavolo di motivo ha deciso di prendere una camera in una pensioncina malfamata a Somney Mountain, Florida. Praticamente il buco del deretano del mondo. E potrei dare un colpo di accetta chiunque mi tacci di antica per aver detto “deretano” perché non sembra, ma sono vecchia.
Il Cliente ha i capelli lunghi e disordinati, nonché l’aria da bambino svogliato. Venticinque anni, degli studi eccellenti, un posto di lavoro come un altro e una cospicua eredità. Poi ha lasciato il Texas ed è andato in una pensioncina malfamata del buco del posteriore del mondo. Gli uomini sono strani.
Il ClientePer me sarà semplicemente Il Cliente.
Il Cliente ha i capelli lunghi e disordinati, nonché l’aria da bambino svogliato. Venticinque anni, degli studi eccellenti, un posto di lavoro come un altro e una cospicua eredità. Poi ha lasciato il Texas ed è andato in una pensioncina malfamata del buco del posteriore del mondo. Gli uomini sono strani.
Il Cliente sta seduto sul letto. Le lenzuola sono sporche, ma non sembra farci caso. Tiene in mano una lama e la lucida ossessivamente con un panno, mentre io sto appollaiata su una sedia. L’artrite mi fa stringere i denti, e sono anche scomoda. Odio questo stupido mantello e odio quella stupida pagliacciata che è Halloween.
Il Cliente estrae di tasca una fotografia. Io sbuffo, ma lui non ha l’aria di accorgersene. Do un’occhiata anch’io: ritrae il tale che l’aveva chiamato L’Amico. Penso al coltello nel suo petto e a Il Cliente che lo estrae, lo pulisce con un panno analogo a questo e se ne va. È successo ieri. Mi poggio la testa sulla mano.
«Che dobbiamo fare?» brontolo, fissando Il Cliente. Quello continua a non dar segno di avermi notata e lucidare il coltello.
Lo solleva e se lo porta davanti agli occhi. Lo rimira da una parte e dall’altra. Si specchia per un minuto buono. Inclino la testa da un lato, sbadigliando. È mio cliente da due settimane e sto già morendo di noia. Non ci sono più gli assassini di un tempo.
Il Cliente rimira la lama ancora per pochi istanti; poi, in un movimento rapido, si colpisce alla testa. Il sangue schizza ovunque, e sul suo volto si delinea un’e; font-sne di dolore disumano.
Io alzo le spalle. Ora in teoria dovrebbe venire il mio turno, ma posso prendermela comoda. Dopotutto, anche lui mi ha fatta aspettare.
Il mio primo giorno di lavoro è stato miliardi di anni fa. I ricordi si disperdono nel tempo e scivolano via come granelli di sabbia, ma quei due ragazzi non li dimenticherò mai.
Il giorno dell’Apocalisse starò ancora raccontando di quel fratricidio a chiunque vorrà avere la pazienza di ascoltarlo da un punto di vista insolito.
Il Cliente si contorce dal dolore. Ha il capo aperto, e le cervella sono schizzate sulle lenzuola. Non che ora siano tanto più sporche di prima.
Mi stiracchio. Sono vecchia. Il Cliente ora arriva a una fase che ho visto poche volte, e solo quando ho avuto un motivo di antipatia personale verso il morto di turno. Fra le lacrime e il sangue che gli cola dalla fronte, mi vede.
«Per... piacere» mormora.
Io sbadiglio. «Se hai fatto aspettare la Morte, tesoro» rispondo, placida «la morte al momento peggiore fa aspettare te».
Il Cliente mormora e implora. Io, lenta e placida, porto la falce al suo collo, ma non colpisco ancora. «Dillo, all’aldilà, che hai conosciuto il Tristo Mietitore in prima persona» gli raccomando. «Potresti diventare una specie di celebrità».
E, finalmente, colpisco.

 

 

 

 

 

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